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martedì 29 agosto 2017

Recensione The Winner's Curse. La Maledizione di Marie Rutkoski (Serie The Winner's Trilogy #1)

Titolo: The Winner’s Curse. La maledizione
Titolo originale: The Winner's Curse
Autore: Marie Rutkoski
Serie: The Winner’s Trilogy #1
Editore: Leggereditore
Genere: Fantasy YA
Data uscita: 13 luglio 2017
Narrazione: Terza persona

Trama: In quanto figlia di un potente generale di un vasto impero che riduce i schiavitù i popoli conquistati, la diciassettenne Kestrel ha sempre goduto di una vita privilegiata. Ma adesso si trova davanti a una scelta difficile: arruolarsi nell’esercito oppure sposarsi. La ragazza, però, ha ben altre intenzioni... Nel giovane Arin, uno schiavo in vendita all’asta, Kestrel ha trovato uno spirito gentile e a lei affine. Gli occhi di lui, che sembrano sfidare tutto e tutti, l’hanno spinta a seguire il proprio istinto e comprarlo senza pensare alle possibili conseguenze. E così, inaspettatamente, Kestrel si ritrova a dover nascondere l’amore che inizia a sentire per Arin, un sentimento che si intensifica giorno dopo giorno. Ma la ragazza non sa che anche il giovane schiavo nasconde un segreto e che per stare insieme i due amanti dovranno accettare di tradire la loro gente o altrimenti tradire sé stessi per rimanere fedeli al proprio popolo. Kestrel imparerà velocemente che il prezzo da pagare per l’uomo che ama è molto più alto di quello che avrebbe mai potuto immaginare…

Recensione di Alexandria:

Mi capita spesso di iniziare a parlare di un libro dalla sua fine. No, non dal finale, ma dalla postfazione dell’autore, perché trovo che non ci sia niente di più esplicativo delle parole dell’autore stesso sui motivi che lo hanno spinto a scrivere l’opera o su ciò che voleva che tale scrittura potesse suscitare nel lettore.

Così parto da Marie Rutkoski e da ciò che significa il titolo, The Winner’s Curse, ovvero la ‘Maledizione del Vincitore’, un fenomeno che riguarda le aste e si riferisce alla situazione in cui il miglior offerente, colui che ha vinto l’asta, finisce per essere in realtà un perdente, dal momento in cui ciò che ha ottenuto è stato strappato agli altri offerenti per un prezzo maggiore del suo valore.
Naturalmente nessuno può sapere quanto varrà un oggetto in futuro. La maledizione del vincitore (almeno nella teoria economica) riguarda esattamente il momento della vincita, non quello che accadrà in seguito. [...]
Ho cercato di pensare a un romanzo in cui qualcuno vincesse un’asta che esigesse un alto prezzo emotivo. Ho pensato: e se la cosa messa all’asta fosse una persona? Cosa comporterebbe la vincita in questo caso?
L’autrice continua dandoci un’altra informazione molto importante, ovvero che tipo di world building abbia il romanzo.
Anche se il mondo che ho descritto in queste pagine è mio e non ha alcuna reale connessione con quello reale, sono stata ispirata dall’antichità, in particolare dal periodo greco-romano, dopo che Roma aveva conquistato la Grecia e ridotto in schiavitù la sua popolazione, come si usava fare all’epoca; la schiavitù era una conseguenza naturale della guerra.
Direi che avendo ben chiari questi due elementi (cosa sia questa Maledizione del titolo e quale sia l’ambientazione), posso addentrarmi più facilmente nella spiegazione del libro.

I protagonisti della storia sono due popoli e, in particolare, due rappresentanti di questi popoli.
Da una parte ci sono i conquistatori e vincitori, i valoriani, dall’altra i perdenti e assoggettati ridotti in schiavitù, gli herrani.
Un giorno, Kestrel, la figlia diciassettenne del generale Trajan, una delle figure militari più importanti dell’impero, uomo molto vicino all’imperatore, si trova senza nemmeno rendersene conto ad assistere ad un’asta di schiavi.
Il banditore, un herrano di nome Cheat che conosce bene il suo mestiere, presenta alla folla urlante della nobiltà valoriana lì raccoltasi per assistere allo spettacolo dell’asta, un giovane schiavo che ha ben due grandi qualità: sa fare il fabbro e sa cantare.
Se la prima qualità sarebbe potuta passare in secondo piano, agli occhi di Kestrel il fatto che il giovane sappia cantare è come una frustata dritta sulle dita.
Kestrel, lo sanno tutti, ama suonare il pianoforte, anche se quella è un’attività che i valoriani lasciano agli schiavi.
La società valoriana è, infatti, fondata su due valori fondamentali: la guerra e la famiglia. Ogni valoriano che si rispetti ha due opportunità di scelta: a vent’anni o si sposa o entra nell’esercito e non c’è spazio per arti e letteratura. La musica non è roba adatta a nobili valoriani.

Quando Cheat ordina al giovane di mettere in mostra le proprie arti canore, l’attenzione di Kestrel è già completamente soggiogata, e quando questi si rifiuta, Kestrel è ormai certa che quel ragazzo abbia qualcosa di speciale. E senza sapere né come né perché, il prezzo d’asta del giovane sale e sale e sale e Kestrel è quella che lo fa salire, finché non se lo aggiudica per un prezzo spropositato. E’ lei la vincitrice dell’asta, un’asta maledetta.

Così inizia la storia di Kestrel, la figlia del generale più potente di Valoria, e Arin, lo schiavo herrano che rifiutò di cantare.
«Come hai imparato a giocare a Mordi e Pungi?» gli chiese. «È un gioco valoriano.» Arin sembrò sollevato. «Un tempo agli herrani piaceva navigare fino alle vostre terre. Ci piaceva la vostra gente. E abbiamo sempre ammirato l’arte. I nostri marinai hanno importato il Mordi e Pungi tanto tempo fa.»
«Mordi e Pungi è un gioco, non un’arte.»
Arin incrociò le braccia, divertito. «Se lo dici tu.»
«Mi sorprende sentire che agli herrani piacesse qualcosa di nostro. Pensavo ci consideraste degli stupidi selvaggi.»
«Creature non civilizzate» mormorò.
Kestrel era certa di non aver capito bene. «Cosa?»
«Niente. Sì, eravate completamente privi di cultura. Mangiavate con le mani. La vostra idea di divertimento era assistere a una lotta per vedere chi sarebbe stato ucciso per primo. Ma» incrociò il suo sguardo, poi guardò altrove «avevate anche altre caratteristiche.»
Kestrel, il cui nome significa gheppio, un falco da caccia, è una ragazza molto bella, ma è nota soprattutto per la sua intelligenza e la grande capacità tattica e strategica, ereditata dal padre, che la vorrebbe al suo fianco nell’esercito.

Ma Kestrel non ha intenzione di assecondare il generale, rifuggendo le pratiche legate all’addestramento militare e preferendo passare il tempo con l’amica Jess, cavalcando e soprattutto suonando il piano, dimostrandosi parecchio ribelle nel non voler seguire molte delle convenzioni tipiche della società valoriana, come appunto andare in giro senza una scorta adeguata e la musica.
La musica la faceva sentire come se tenesse in mano una lampada che gettava un fascio di luce attorno alla sua persona, e anche se sapeva che nel buio oltre quel bagliore la attendevano persone e responsabilità, non riusciva a vederle. Il fuoco che sentiva quando suonava la rendeva deliziosamente ignara di tutto.
Ma dall’arrivo in casa sua di Arin, la ragazza sembra gradire particolarmente la presenza del giovane che l’accompagna spesso, nonostante il suo compito come schiavo sia forgiare armi nella fucina in qualità di fabbro. Ciò che più sembra attirarla è la possibilità di parlare con lui come non aveva fatto con altri. Arin conosce il valoriano così come Kestrel conosce l’herrano.

Entrambi instaurano uno strano rapporto d’amicizia che presto fa sorgere parecchie chiacchiere nella buona società.
«Avevi ragione. Le persone mi dicono quello che credono voglio sentirmi dire. Spero che ti sentirai libero di essere onesto con me, come hai fatto nel salotto di Jess. Mi piacerebbe sapere come la pensi.»
Arin disse lentamente: «Sarebbe preziosa per te. La mia onestà.»
«Sì.»
Questo è l’inizio della fine.
Non credeva che Arin fosse quello che sembrava. Aveva il corpo forgiato dal duro lavoro, ma sapeva anche giocare a giochi valoriani, e vinceva pure. Parlava la sua lingua come se l’avesse studiata attentamente. Conosceva – o fingeva di conoscere – le abitudini di una dama herrana e la disposizione delle sue stanze. Si era dimostrato rilassato e abile con il suo stallone, e anche se la cosa poteva non significare nulla – non aveva cavalcato Javelin – Kestrel sapeva che l’equitazione aveva rappresentato tra gli herrani un simbolo di alto rango prima della guerra.
Pensava che Arin fosse stato un nobile in passato.
Il rapporto tra Kestrel e Arin lentamente si trasforma in qualcosa di più, qualcosa che Kestrel trovava semplicemente plausibile, dato che aveva trattato sempre bene i suoi servi e aveva anche amato la sua nutrice che era herrana. Sembrava accettare la condizione di Arin e considerarla normale. Arin era diventato suo amico, sebbene fosse ancora il suo schiavo. C’era un accordo tra di loro: si sarebbero sempre detti la verità.

Ma cosa sente davvero Arin? Lui è lo schiavo, è colui che ha perso la sua famiglia e la sua casa, tutto portato via da mani avide e assassine, le stesse mani che lo tengono soggiogato in quella fucina, costringendolo ad accompagnare una ragazzina viziata a feste da ballo e nei salotti per prendere il tè.
Finchè la vera verità salta fuori.
«Ma... tu sei mio amico.» Arin cambiò espressione, ma Kestrel non riuscì a decifrarla. «Dimmi solo cosa c’è che non va, Arin. Dimmi la verità.»
Arin parlò con schiettezza. «Ti appartengo. Come puoi pensare che ti dica la verità? Perché dovrei farlo?»
Il parasole tremò tra le sue mani. Voleva parlare, ma capì che se lo avesse fatto non sarebbe stata in grado di controllarsi.
«Ti dirò una cosa vera.» La fissò negli occhi. «Non siamo amici.»
Kestrel deglutì. «Hai ragione» sussurrò. «Non lo siamo.»
Questa è una storia che parla di conquista e di rivolta, di vittoria e di sconfitta, di libertà e di schiavitù, di amore e odio. Ma chi è davvero lo schiavo? Chi è che ama realmente?
E’ Arin oppure è Kestrel?

The Winner’s Curse è la storia di “cinquanta sesterzi per un cantante che si rifiutava di cantare, un amico che non era un amico, una persona che le apparteneva eppure non sarebbe mai stata sua.”

La trama di questo libro sembra oltremodo affascinante, e lo è. E’ scritto anche molto bene, lo stile non è stancante e i personaggi secondari sono ben riusciti (più i cattivi dei buoni, per la verità, perché Ronan e Jess mi sono sembrati poco incisivi, non tanto quanto Cheat e Irex e paradossalmente Benix che con una voltata di spalle si è guadagnato lo status di personaggio utile).

Ci sono, però, a mio avviso delle note dolenti che stonano, per rimanere in tema con la passione musicale di Kestrel.
Direi che posso dividere il libro in due parti: fino al 40% ho letto molto a rilento e la storia mi sembrava infinita, quasi non dovesse portare mai a niente.
Capisco che era necessario costruire il world building (che per inciso è molto affascinante ma sarebbe stato molto più apprezzabile se fosse stata inclusa una mappa del territorio e degli stati da poter consultare), che la trama deve poggiare su solide basi, ma c’erano parti di cui davvero si poteva fare a meno o comunque parecchio da sfoltire.
Superata la prima metà, invece, ho avuto la sensazione opposta. Il libro mi è scivolato dalle mani così velocemente che l’ho finito e nemmeno me ne sono accorta, tanto ero presa dalle vicende che si snodavano incessantemente sotto ai miei occhi.

C’è anche un’altra piccola questione da affrontare e per la quale devo fare una premessa.

Sono una lettrice molto esigente, lo sanno anche i sassi ormai. Ho questa stupida ossessione di capire cosa leggo quando lo leggo e se le frasi non mi tornano me ne faccio davvero un cruccio enorme, tanto che necessito di dipanare la matassa.
Ebbene, soprattutto nella prima parte del libro, questa necessità impellente l’ho sentita molte volte. Spesso mi sono bloccata cercando di capire cosa avessi letto.

Non sapendo se era un problema dato dallo stile dell’autrice o dalla traduzione o solo mio, ho preso anche la versione inglese del libro.

Allora ho appurato che il problema era la traduzione. Non che possa dire che non sia stata buona, ma queste parti di cui parlo erano trattate in un italiano che rendeva il concetto più complicato di quello che era.
Porto due esempi.

In questo punto parla il generale Trajan e dice:
«Ogni figlio ha il dovere di sopravvivere ai propri genitori. Il mio compito non è sicuro. Vorrei... Kestrel, quando morirò, non compiangermi.»
Il compito di cosa? Di figlio? Non credo. Di genitore? Sono i figli che devono sopravvivere.
E quindi, che cosa si intende per compito non sicuro?
Ecco l’originale.
“Kestrel.” The general touched her shoulder. When he spoke, his voice was uncharacteristically hesitant. “It’s every child’s duty to survive her parents. My profession isn’t a safe one. I would like—Kestrel, when I die, do not mourn me.”
Credo che da qui si capisca decisamente che il generale si stia riferendo al suo ruolo nell’esercito per cui la sua vita è spesso in pericolo.

Altro esempio:
Quando nessuno poteva vederla Kestrel cercava di muovere dei passi nella propria stanza. Spesso doveva appoggiare una mano al muro, ma riusciva ad arrivare fino alla finestra. Non vedeva mai quello che voleva, e si chiedeva se fosse solo un caso o se Arin la evitasse al punto da prendere altri sentieri rispetto a quelli in cui avrebbe potuto incontrarlo.
Non è che voglio fare la precisina a tutti i costi, ma se una sta in una camera al primo piano e guarda dalla finestra, se qualcuno cammina di sotto più che incontrarlo al massimo lo vede.
E più che italiano è logica.
Quindi, che cosa ha scritto davvero l'autrice?
She never saw what she wanted, which made her wonder whether this was mere chance or if Arin was avoiding her so completely that he took other paths across the grounds than those that passed through her view.
Bene, spero di aver chiarito il mio punto di vista sulla traduzione. Al di là di questa, il libro merita parecchio e vale sicuramente la pena leggerlo.

2 commenti:

  1. Sensei ciaoo! So già come la pensi su questo libro, e come te ho faticato fino quasi a metà perchè il primo 40% è davvero lento. Come dici tu è necessario fare le giuste premesse sul world building ma ci sono modi diversi per farlo, poi la storia diventa sempre più interessante. Se non era per quell'inizio pesante erano 5 stelline!

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    Risposte
    1. Fede-chan, konichiwa!
      Il mio problema è stato la lentezza dell'inizio per il libro in generale e la traduzione per l'edizione italiana. Se non fossi andata a vedere l'originale avrei dato meno di 4. Ma superato il primo libro, leggerò di certo il secondo. Le premesse per qualcosa di interessante ci sono tutte.

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